VITA DA CANI

Vorrei presentarmi brevemente:

amo gli animali, tutti, a parte i ragni, e amo scrivere,

e molti dei miei micro racconti parlano di cani,

a volte sono storie che invento,

più spesso sono storie vere, anche se magari un po’ romanzate.

Mi sono occupata per anni di salvare cani dai canili e dalla strada,

per cui vi parlerò quasi sempre di meticci, spero nei vostri racconti per parlare anche dei bouledogue, per cui, vi aspetto.

Patrizia Onnis

 


 PERLA

LA STORIA DI PERLA

 

Voglio raccontarvi la mia storia, la storia di una randagia come tante. Sono stata anch'io cucciola, anch'io ho avuto una mamma e dei fratelli come tutti, ma di loro ho un ricordo vago, di odori e tepore.

Più che altro ricordo che sono stata sola, per tanto tempo.

Mangiavo quel che trovavo, tiravo avanti. Poi un giorno un uomo mi prese con se' e io ne fui felice, mi piaceva essere il cane di qualcuno, amare e essere amata. Ma non andò così, l'uomo non voleva essere amato, non voleva amarmi, voleva farmi fare cose che non capivo, e siccome non capivo, usava il bastone su di me.

Io continuavo a non capire, a non voler capire, nonostante le bastonate. Così, un bel giorno mi riportò dove mi aveva presa. Ero di nuovo sola e ora volevo rimanerci, non facevo avvicinare più nessuno a me, nessuno mi avrebbe accarezzata, ma neanche bastonata. Il tempo per un cane è una cosa strana, ci svegliamo, cerchiamo il cibo, gironzoliamo un po', torniamo a dormire, e poi ricominciamo, avevo solo questo da fare ormai, sapevo che si stava avvicinando un altro inverno, ed io mi sentivo strana, sempre più debole; forse saranno gli anni pensavo, e gli inverni pesano di più man mano che le stagioni si susseguono. Questo sembrava pesantissimo. Poi, in quel tempo strano in cui tutti gli uomini sembrano impazzire, quando tutto diventa pieno di luci, e gli umani entrano ed escono dai negozi sempre più di corsa, con pacchi pieni di fiocchi, in quel tempo qualcosa cambiò anche per me.

Conobbi quella che sarebbe diventata la mia amica, anche se allora non lo sapevo ancora. Si presentò con una ciotola piena di cibo, ed io rimasi stupita ed incredula, possibile che donasse del cibo proprio a me, una randagia magra e spelacchiata, già in là con gli anni? Non riuscivo a capacitarmi, non riuscivo a fidarmi, aspettai che si allontanasse prima di mangiare. Poi cercò di toccarmi, e io sapevo solo che il tocco degli uomini faceva molto male. Scappai. Ma poi tornai, e anche lei lo fece, il cibo non mi mancava più, e una volta che scoprì che dormivo in un pagliaio, venne a portarmi anche una coperta. Sì, il cibo non mi mancava più , ed ero felice quando la vedevo arrivare, così felice che facevo una cosa che noi cani facciamo raramente, sorridevo come fanno gli uomini. Ma ancora non mi facevo avvicinare, ancora una vocina dentro di me diceva che non poteva essere vero, e quando vedevo la sua mano tesa, anche se era aperta per una carezza, continuavo a vedere un bastone. Intanto l'inverno era duro, freddo come non mai, e nonostante ora mangiassi bene mi sentivo sempre più debole, avevo dolori dappertutto, ma questo non mi toglieva il sorriso quando vedevo arrivare la mia amica, quella che vedeva in me un essere speciale, senza che io ne capissi il perchè. Un giorno mi accorsi di qualcosa di diverso nell'aria, le persone che vivevano vicino al luogo in cui dormivo cominciavano a guardarmi strano, e una volta li sorpresi a dire una parola che non so perchè mi fece rabbrividire “accalappiacani”. Decisi che dovevo stare con tutti i sensi in allerta, anche se le forze mi venivano meno sempre di più. Poi un pomeriggio vidi arrivare un furgone da cui scesero due uomini. Bussarono ad una porta, e vidi che un uomo indicava il luogo dove dormivo. Non rimasi ad aspettare per vedere cosa sarebbe accaduto, ma corsi via finchè ce la feci a correre, e quando fui stremata mi rifugiai sotto un secchione dove gli uomini buttano tante cose buone e mi addormentai. Poi il suono di una voce, la sua voce, mi risvegliò, e si era proprio lei, la mia unica amica, chissà quanto mi aveva cercata, ed era lì, sempre con una ciotola di cose buone per me, io mangiavo piano e svogliata, perchè mi sentivo sempre tanto stanca, ma qualcosa mangiavo sempre, lei era così carina con me che non volevo deluderla. Anche quella volta mangiai, ma poi accadde una cosa strana, più mangiavo e più avevo sonno, un torpore a cui non sapevo resistere, l'ultima cosa che sentii, furono le sue braccia che mi sollevavano. Mi risvegliai in un posto nuovo per me, e oltre alla mia amica c'erano persone con dei camici bianchi. Come capii nei giorni seguenti era un luogo in cui si curavano i cani ammalati, e ne arrivavano tanti, e poi se ne riandavano, io invece rimanevo sempre lì, ma sapete che c'è? Non mi importava, mi sentivo un pochino meglio, e avevo finalmente imparato che le mani degli uomini non servono solo per picchiare, ma anche per dare amore, mi poggiavano le mani addosso e a me piaceva tanto, erano carezze. E poi, c'era sempre la parte migliore della mia giornata, quella in cui la mia amica arrivava, sentivo le persone accanto a me che dicevano, ecco sta arrivando e io, anche se ero tanto debole, mi alzavo in piedi e sorridevo, perchè sapevo che le faceva piacere, così volevo dimostrarle quanto le ero grata per avermi regalato quella bella vacanza, ero curata, coccolata da tutti, stavo al calduccio mentre fuori faceva freddo, erano i giorni più belli della mia vita. Peccato che ancora mi sentissi tanto debole, avevo capito che la mia malattia si chiamava lehismaniosi, ed era dura da combattere, talmente dura che una notte decisi di arrendermi, e non mi svegliai più nel mio lettino.

Avrete ormai capito da dove vi sto scrivendo, e devo dirvi che è un bel posto, ci sto bene, ho tanti amici con cui giocare, solo mi manca la mia amica, ma ogni tanto butto un occhio giù, per rivederla un attimo, e quando la vedo, ancora sorrido.

 

di Patrizia Onnis


 IL CANE DELLA PANCHINA

L’uomo cammina nella notte, passo dopo passo, cerca di allontanarsi, da quel dolore, da quel vuoto, che invece non riesce a distanziare. Perché viaggia con lui, ed è nel suo incedere, gli martella le tempie come fosse un ritmo da seguire.

Si ritrova al parco, non sa se è proprio lì che volesse andare, ma è lì che le sue scarpe lo hanno portato. Si guarda intorno. A quell’ora fatta per il sonno e per gli amanti, nessuno è in giro.

Si dirige verso una panchina, gli serve sedersi, fermare i passi dei piedi, ed ascoltare quelli dell’anima. La trova occupata. Un cane vi dorme sdraiato.

Lo osserva con attenzione, ha il pelo che una volta probabilmente era stato di un bianco candido, poi il tempo ci è passato sopra, un tempo randagio che lo ha sporcato e arruffato. E’ un cane grande, occupa mezza panchina, non sa decifrarne l’età. Si chiede se può sedersi senza rischiare un morso, o se lasciargli la panchina ed andare altrove. Ma le ferite dell’anima sono così brucianti, che il rischio di un morso gli pare nulla. Si siede, all’estremità opposta. Il cane apre un occhio e drizza un orecchio, l’espressione dovrebbe essere guardinga, ma all’uomo sembra buffa. E nell’aria tiepida di una notte quasi estiva, si ascolta dire “ciao”. Sto parlando a un cane, riflette. Il cane per tutta risposta apre l’altro occhio. Non è giovane, considera l’uomo, si vede dallo sguardo, non è quello spaurito del cucciolo, ne’ quello ardito del cane nel pieno delle forze. E’ uno sguardo mesto, sembra dire tu lasciami in pace, e io lascio in pace te.

L’uomo accoglie l’invito, gira lo sguardo e si immerge dentro di sé.

Rivede le immagini dolenti del suo ultimo litigio con lei. Due universi paralleli, simili ma distanti anni luce, e ora lui lo sa, lo sente, gli sembra ineluttabile, anche se camminassero fianco a fianco cento anni, non si incontrerebbero mai. Deve solo accettarlo, contro tutto il suo essere che non desidera altro che lei, deve accettarlo, digerirlo, metabolizzarlo. Mettere quel famoso punto che entrambi finora, hanno fatto ogni volta slittare più in là. E’ quasi l’alba, e lui non ha sonno, e nessuna voglia di tornare sui suoi passi, rientrare in quella casa che sente già, sarà vuota. Si alza, con l’intenzione di cercare uno di quei rari bar ormai, che aprono ancora all’alba. Anche il cane si tira su, stiracchia per bene le sue vecchie ossa, cerca un albero su cui alzare la zampa, e poi lo segue. L’uomo non sa, che il cane un tempo era il compagno di qualcuno che lo amava, di qualcuno che lo portava sempre a correre in quel parco, mentre si sedeva nella stessa panchina sulla quale tutti e due avevano passato la notte. Il compagno del cane leggeva un libro, e ogni tanto sollevava lo sguardo per controllare il cane, lo richiamava, gli sorrideva, lo carezzava un po’, e poi tornava a leggere. Quella panchina ha il suo odore, ed è per questo che, da quando il suo compagno umano non c’è più, lui dorme lì. Almeno il sonno gli lenisce il dolore, gli riporta immagini di semplici felicità, di quelle che un cane sa farsi sempre bastare. Il cane segue l’uomo, lo sa, lo sente che è infelice, per questo se ne sente attratto, ci si riconosce fra simili.

Accorda i suoi passi con quelli dell’altro, e prova a vedere dove lo porteranno.

 

di Patrizia Onnis


LUNA

Luna fu il nostro primo cane, mio e di mio marito intendo, e la trovammo quando comprammo una casa col giardino; avevamo cinque gatti, e ci eravamo trasferiti da un appartamento ad una casa con giardino per due motivi, uno era il fatto che amassimo entrambi le piante e poi per avere l’occasione di prendere con noi almeno un paio di cani. Lei era una meticcia simil pastore tedesco, ne' bella ne' brutta, ancora giovane, intorno all'anno, quando la conoscemmo.

Ci raccontarono che viveva nella nostra via da quando era scappata da un padrone che la picchiava. Noi le lasciavamo del cibo, quando ci allontanavamo lei mangiava, ci osservava da lontano senza mai farsi avvicinare. Si nascondeva nello scantinato di persone che abitavano vicino a noi, e che venivano solo il fine settimana. Nonostante i mesi passassero, lei manteneva le distanze.

Scoprimmo un giorno, guardando la sua pancia bella rotonda, che era incinta. Poi un giorno sparì, ed era la prima volta che mancava al suo appuntamento col cibo, mio marito scoprì che aveva partorito sotto lo scantinato un imprecisato numero di cuccioli. Iniziammo a portarle da mangiare lì, con l'intenzione di dire ai proprietari della casa che ci saremmo occupati noi di trovare qualcuno che adottasse i cuccioli. Un sabato mattina loro arrivarono, noi eravamo occupati e ritardammo un po' di avvertirli.

Ad un certo punto vidi Luna dentro al nostro cortile (noi avevamo sempre il cancello aperto, ma lei non era mai entrata), allora dissi a mio marito di andare a vedere cosa fosse successo. Avevano ucciso tutti i cuccioli.

Luna non se ne andò più da casa nostra, le curammo la mastite e la facemmo sterilizzare. Ma ogni cucciolo che nacque in casa nostra, fu sempre accudito amorevolmente da Luna, fossero gatti cani o uccelli, erano tutti figli suoi, ci giocava li spulciava e li proteggeva dagli altri cani, era così buffa quando teneva lontana gli altri cani dai pulcini, o quando dormiva sdraiata su un fianco con il galletto che le stava accoccolato in mezzo alle zampe, sdraiato su un fianco come lei, o vedere i gattini che le prendevano il muso con le zampine e le leccavano la faccia, e i cagnolini che le camminavano sulla pancia mentre lei era sdraiata in terra.

Pian piano imparò a farsi toccare da noi, fino a diventare affettuosa come tutti i cani, non era una cagnolina particolarmente bella, ne’ particolarmente intelligente, ma era di una bontà infinita e una mamma nata. Dopo dodici anni una mielopatia degenerativa ce la portò via in breve tempo, ma penso sempre che, visto come era iniziata, la sua vita sarebbe potuta essere molto peggio, so che è stata felice con noi, così come noi lo siamo stati per averla conosciuta. C'è anche un'altra cosa da notare nella storia di Luna, il fatto che ci abbia scelto.

Lei era legata a chi le aveva ucciso i cuccioli, le davano da mangiare prima che noi arrivassimo, e non la maltrattavano come faceva invece il suo precedente padrone. Eppure, non li ha perdonati , e nonostante il cancello da noi fosse sempre aperto, lei non tornò da loro, neanche per un attimo. A volte quando arrivavano scodinzolava leggermente da dietro la rete, ma non si mosse mai, neppure quando loro la chiamavano.

Penso che perdere i cuccioli sia stato un trauma tremendo per lei, ed ha cercato rifugio e conforto nell'unico posto che le era sembrato sicuro, casa nostra. Era molto paurosa, eppure si è affidata a noi completamente.

Ha avuto davvero coraggio, fidarsi ancora una volta di esseri umani, anche se prima era sempre stata tradita.

Quanti di noi avrebbero fatto lo stesso?

 

di Patrizia Onnis


ZOPPO

Mi chiamano Lo Zoppo . Sono un cane di taglia grande, neppure bello, ho il pelo ispido, color castagna, e da quando vivo nel canile, mai nessuno si è fermato a guardarmi, per decidere se portarmi via con lui o no.

Semplicemente mi passano davanti e se ne vanno, come se la mia gabbia fosse vuota.

Sono nato circa 12 anni fa, mia mamma aveva dei padroni, ma non è mai stata amata, la tenevano fuori, legata alla catena, mangiava avanzi quando si ricordavano di portarglieli, aveva due assi di legno per ripararsi la testa, e niente più . Quando nacqui, arrivarono subito le mani dell’uomo, e i miei fratellini, che volevano solo succhiare il latte dalla nostra mamma, furono presi, e affogati in un secchio colmo d’acqua.

Non so perché ma rimasi l’unico cucciolo, mamma faceva quel che poteva per me, ma quando lei finì il latte, e cibo per me non ce ne fu più, mi consigliò di andarmene da lì. La salutai piangendo con guaiti da cucciolo, e mi avventurai per le strade di quel mondo che non conoscevo. C’erano tanti cani in giro, senza un padrone come me. Alcuni giravano in branco, ed erano grandi, per questo mi tenevo lontano. Mangiavo quel che trovavo nella spazzatura, ma era sempre troppo poco, ero magro e spelacchiato, ogni tanto qualcuno che si sentiva generoso, mi tirava un pezzo di pane o qualche avanzo. Il tempo passava, prendevo tutto il freddo d’inverno, la pioggia mi entrava fino a dentro le ossa, d’estate pativo il gran caldo, sempre assetato, e con pulci e zecche che mi rubavano il poco sangue che avevo. Nel mio vagabondare incontrai una cagnolina, molto bella, col pelo bianco lungo e un po’ arruffato, capii subito che era vissuta in casa, per poi essere abbandonata, niente di strano in questo, perché sapevo bene che gli uomini in genere un cuore non ce l’hanno. Lei era spaesata, non sapeva come procurarsi il cibo, così la portai con me, e divisi quel poco che avevo. Purtroppo, lei non conosceva nemmeno il pericolo della strada, e delle macchine che vi corrono sopra veloci. Fu così che un giorno un’automobile la prese in pieno. Finì sull’erba dopo un grande volo.

Cercai di farla riprendere, le leccai il muso, cercai di spostarla, ma lei rimase immobile. Mi sdraiai accanto a lei e lì rimasi per tutta la notte. Alla fine mi arresi, e ripresi il mio cammino da solo.

Voi ragazzi non sapete quanti pericoli ci sono per un cane randagio del sud. Ci sono persone che guadagnano soldi semplicemente raccogliendoci una volta morti, ed è per questo, che molti di noi finiscono ammazzati. Ho visto cani impiccati, cani uccisi col veleno, col fucile e in mille altri modi che non voglio raccontarvi, sopravvivere nella natura per noi cani è difficile, ma sopravvivere alla mano dell’uomo, è quasi impossibile. Un giorno, mentre stavo rannicchiato a dormire, arrivò in silenzio un gruppo di ragazzini, circa della vostra età, ognuno aveva in mano una pietra, uno, aveva un bastone. Mi sono svegliato sentendo un dolore atroce a una zampa, e poi un sasso che mi colpiva su un fianco. In un attimo fui in piedi, e fuggii piangendo dal dolore, tenendo una zampa sollevata. Era rotta, e non avendo nessuno che mi curasse, rimasi zoppo, e molto più lento a correre e sfuggire i pericoli. Fu per questo che non vidi il furgone bianco, con due uomini dentro, muniti di un laccio che mi strinse forte il collo, e mi portò via. Cercai di liberarmi dal cappio, di liberarmi degli uomini. Fu tutto inutile. Finii in questa gabbia, che è grande quanto 4 dei vostri banchi messi vicini. Un buco. In questo canile ci sono circa 1200 cani. Alcuni sono cuccioli, li fanno crescere un pochino, e se sopravvivono al canile, li liberano in strada a morire di fame e di stenti.

Io non uscirò mai più da qui. 

L’ho capito nel momento in cui quella porta di rete si chiuse sul mio muso. Chi mai vorrebbe portarsi a casa un cane vecchio, grande e pure brutto e zoppo. Come altri migliaia di disperati, non avrò nemmeno il conforto di morire sotto le stelle. Sono qui, appoggio il muso alla grata, cerco di vedere il cielo, ma non ci riesco…ho quasi dimenticato che colore ha. Il tempo non passa mai, non hai niente da fare qui dentro, uno spazio che copri con tre passi. C’è questa storia, solo questa, che testimonierà che anche io sono vissuto su questa terra, io che ho un cuore e un’anima come voi ragazzi, che sono triste, che soffro in silenzio perché la disperazione mi ha tolto anche la voce. Io sono uno dei tanti, la cui storia non verrà mai raccontata. Agli uomini di oggi non importa nulla di noi, voi ragazzi siete gli uomini di domani, siete quelli che potranno cambiare la storia, le storie di tutti noi. Per me non potete fare ormai nulla, ma per gli altri come me che verranno, potrete fare la differenza fra vivere o morire. Sta a voi decidere che adulti sarete. Una leccata affettuosa a tutti voi. 

 

di Patrizia Onnis.


POLPETTA

 Tutto iniziò quando, gironzolando come mio solito in cerca di cibo, mi imbattei in un gruppo di umani. Non mangiavo da un paio di giorni, fu questo credo, che mi spinse ad avvicinarmi a loro, anche se con molta circospezione. Sentivo odore di cibo buono, e il mio stomaco iniziò a brontolare, mentre un filo di bava mi scendeva giù dalla bocca. A un certo punto gli umani mi videro, e sentii subito che fra loro passavano diverse emozioni, timore, stupore (non è che cani sul limitare delle foreste si trovino poi spesso), ma anche curiosità. Io stetti immobile, pronto a fuggire se avessero fatto qualche movimento strano, i muscoli tesi e ahimè, lo stomaco che brontolava sempre di più, rendendo difficile far credere che fossi un cane da temere. A un tratto, uno degli uomini iniziò a tendere lentamente una mano aperta verso di me. Io mi tenevo ancora a debita distanza, ma si sa, noi cani abbiamo un olfatto straordinario, e quella mano tesa aveva un profumo celestiale, ormai il mio stomaco era tutto un ribollire, così mi decisi. Mossi qualche passo per avvicinarmi al ragazzo, lui era fermo, persino il respiro era molto controllato, avanzai ancora un poco, finchè il mio muso si ritrovò vicinissimo alla sua mano, con la lingua arrivai a lambire il cibo, e con uno scatto fulmineo lo afferrai e corsi a nascondermi per ingoiare il boccone in santa pace. Ricordai gli avvertimenti della mia mamma, non accettare mai cibo dagli sconosciuti, ma avevo davvero troppa fame per darle retta.

Nel frattempo gli uomini iniziarono a smontare le proprie tende, e dall’eccitazione con cui lo facevano mi convinsi che stavano per andarsene. Presi così, su quattro piedi, una decisione che avrebbe cambiato per sempre la mia vita; li vidi incamminarsi verso il centro della foresta, ed io seppure mantenendo una distanza di sicurezza, li seguii. Camminammo molto a lungo, finché ormai stanchi, decisero di fermarsi per la notte. E di nuovo sentii profumi deliziosi arrivare dall’accampamento. Il ragazzo che mi aveva regalato quel bel boccone ore prima, si rivolse a me, dicendo “ Polpetta, vieni qui” . Solo molto tempo dopo capii, il primo boccone che mi aveva offerto fu una polpetta.

Il ragazzo appoggiò del cibo su una grande foglia, si avvicinò a me riducendo un po’ le distanze, e si ritrasse per guardarmi mangiare, cosa che feci senza esitazioni, ragazzi quel cibo era stupendo! Quando finii il mio pasto, il ragazzo si avvicinò di nuovo a me con la mano tesa, senza cibo stavolta. Quando decisi che la distanza fra noi fosse troppo poca, camminai indietreggiando. Il ragazzo smise di avvicinarsi, tornò al campo e si mise a dormire con i suoi amici. L’indomani, di nuovo in cammino, e la sera, nuovo tentativo di avvicinarsi a me. Non so dirvi quanti giorni camminammo, una mattina ci ritrovammo immersi nel fango, una volta invece attraversammo a nuoto un fiume, insomma non ci si annoiava mica. Durante il percorso una sera mi feci avvicinare dal ragazzo, non sapevo cosa fossero abbracci o carezze, ma lo scoprii velocemente, e il mio cuore ormai impazziva di gioia ad ogni contatto con lui. Una mattina, dopo aver smontato le tende, il mio umano si avvicinò, mi prese la testa fra le mani e mi baciò in mezzo agli occhi. Capivo che era triste, ma non sapevo il perché. Mi disse che dovevamo salutarci, che da allora in poi non avrei più potuto seguirli, dovevo cavarmela da solo. Arrivammo ad un fiume molto grande, con le acque agitate, vidi che iniziarono a mettere in acqua una cosa che loro chiamavano kayak, in breve tutti si sistemarono dentro, e io rimasi sulla riva a cercare di capire cosa stava accadendo, il ragazzo mi urlava : vai via, torna a casa! Pensavo fosse ammattito, l’unica casa che conoscevo era lui, dormire davanti alla sua tenda con le stelle a farmi da coperta. Vai via, vai via, ed io rimanevo impietrito a guardarli allontanarsi sempre di più. Non potevo perderlo, non era possibile, così mi slanciai. L'acqua era fredda e la corrente era forte, non sarei riuscito a raggiungerli, le zampe già non rispondevano più, ancora poco tempo e non sarei più riuscito a nuotare. Quando ormai ero allo stremo, sentii il ragazzo gridare : “Polpetta non arrenderti, sto arrivando! “

Forse stavo sognando? Chiusi gli occhi e mi lasciai andare. Mani che mi afferravano e mi tiravano fuori dall’acqua, fu l’ultima cosa che sentii.

Mi risvegliai che ero sdraiato su quella strana barca, avevo un giubbotto arancione come il mio umano. Lui pagaiava con un sorriso sulle labbra, così iniziai a sentirmi molto meglio, per quanto scomoda fosse quella barca, io stavo con lui, e niente contava di più. Successero tante cose dopo, la più brutta fu quando mi ritrovai chiuso in un piccolo recinto per 40 giorni, ma proprio alla fine di quei giorni lo rividi, mi chiamava e qualcuno aprì la mia gabbia, mi slanciai fra le sue braccia, lo leccai per bene e avevo la coda che andava per conto suo, impazzita come tutto il resto di me. Lui mi baciava e mi diceva che mai più sarei stato solo, che ora potevo tornare a casa con lui. Ecco, ho finito di raccontarvi l’inizio di un’amicizia che dura tutt’ora e che, sono sicuro, durerà per sempre. Ora ogni tanto ci concediamo delle piccole gite avventurose, ma la maggior parte del mio tempo la passo fra il divano e le passeggiate tranquille, fra i miei giochi e la pappa buona, del vecchio Polpetta ormai è rimasta solo la parte che ha imparato ad amare. Ed è una lezione che continua ogni giorno che io e il mio umano incontriamo l’alba insieme, coi passi accordati fra loro, e la mia coda a far da metronomo.

 

di Patrizia Onnis.


DUE, STORIA DI UN'ADOZIONE

Tutti i giorni vedo passarmi davanti gli occhi foto e racconti di cani abbandonati, randagi o chiusi in canile, e tutti i giorni mi dispero, mi sento impotente a non poter far nulla. Un giorno davanti a una storia che mi aveva toccato profondamente, cedo, e dopo aver parlato con mio marito decidiamo di accogliere a casa nostra un ulteriore cane, da aggiungere ai sei già presenti. Così chiamo per il cane, un povero randagio piagato dalla rogna, curato e finito in canile, ma che in canile non si da pace. Quando dico che ho già sei cani mi rispondono che per quel cane vogliono qualcosa di meglio, una famiglia che possa garantirgli più attenzioni, dove possa essere figlio unico insomma. Archiviato quel caso ne trovo subito un altro, un cane molto anziano, vissuto da sempre in canile, di taglia molto piccola, e con uno sguardo che racconta solo dolore e rassegnazione. Chiamo la volontaria, che mi dice che per Joy, questo il nome del piccoletto, vogliono un'adozione più tranquilla, è vecchietto, magari verrebbe infastidito dai miei due cuccioli...ci rimango tanto male, ma vado avanti. Trovo due piccolissimi disgraziati, uno sembra una specie di chihuahua e l'altra un esserino devastato, a cui altri cani avevano dato addosso, sbranandole la mascella, adozione da fare in coppia. Chiamo, mi dicono che mi manderanno un volontario per il preaffido, passano due settimane e scopro che i cagnolini sono stati adottati. Vado avanti, trovo un cagnolino che non sembra nemmeno più un cane, è uno scheletro con quattro peli, divorato dalla lehismania. Mi tengo in contatto con la volontaria per oltre una settimana, chiamandola tutti i giorni per aver notizie del cane, alla fine mi dice che lo adotterà un'altra volontaria. A questo punto non so se ridere o piangere, ci sono migliaia di cani che cercano adozione, e io trovo solo quelli che non mi danno? mi faccio coraggio e proseguo la ricerca, ma sono così tanti quelli da aiutare, a volte piango come una stupida davanti al pc, a guardare tutti quegli occhioni tristi, ho posto per un solo cane ancora, così credevo all’epoca, scegliere è una cosa difficilissima...una mia amica una sera mi manda tre foto, le guardo e le riguardo, una è la foto di una cagnolina che dicono essere rinchiusa in canile da sempre, ha circa tredici anni, c'è una cosa che mi fa vibrare il cuore di compassione, in una delle foto si vede la testina di un altro cane che la sta leccando, lui era stato il suo compagno di cella, ed ora era stato adottato... lei era rimasta sola. Ci sono un altro paio di cani almeno che sembrano proprio aspettino solo me, ma mi faccio coraggio e chiamo l'ennesima volontaria, vive in Puglia, come tante altre regioni del sud sono terre in cui ci sono pochi angeli ad occuparsi di mille emergenze, e lei, Consuelo, è uno di questi angeli, stiamo mezz'ora al telefono, mi organizza il preaffido per il sabato successivo, il preaffido va benissimo, e sembra ci sia anche una staffetta per far arrivare presto la cagnolina a Roma. Ma la staffetta salta, si riesce ad organizzarne un'altra, ma salta pure questa all'ultimo momento. E io intanto penso, tredici anni, cosa sono tredici anni passati in canile, le ore sempre uguali, i giorni sempre uguali, gli stessi suoni, sempre lo stesso spazio davanti agli occhi, scandito dai riquadri della porta di rete, rinchiusa senza aver colpa di nulla, rinchiusa solo perchè nessun umano l'ha protetta, cosa possono essere tredici anni così. Allora decido che non voglio ci passi un giorno in più in quella gabbia, un altro angelo me la porta fino a Bari, e io parto per andare a prenderla. Sabato sette maggio, la piccola è a casa. Si guarda in giro timorosa, si fa accarezzare passivamente, abbassando la testa come temendo di essere colpita, la notte la passa girando disperatamente da una stanza all'altra, e dormendo un po' sul pavimento. Sono passati dieci giorni, abbiamo scoperto che la nostra Due è stata in canile dal 2002, "solo" nove anni quindi. Ora dorme sul suo comodo cuscino, ci fa le feste, gioca coi cuccioli, ha già imparato a fare i bisogni fuori. L'emozione più grande è stata, dopo tre giorni che era con noi, vederla rotolarsi beata nell'erba, se i cani hanno sogni, mi piace pensare che quello fosse uno dei suoi sogni ricorrenti, e che io sia riuscita a realizzarglielo.

Sono sei mesi che Due vive con noi. E' diventata più bella rispetto a quando è arrivata, oppure, sono i miei occhi che la vedono più bella, visto quanto la amo. E' una cagnolina timidissima, solo da pochi giorni ha dato una o due leccatine a mio marito, che, pur essendo la persona che gli dà da mangiare, è anche un essere umano di cui ha paura. Così come ha paura di mio figlio, e di ogni movimento brusco. Quando torna mio marito a casa lei è felice, così fa le feste a me. L'ho soprannominata "il cane ombra" e non per via del suo pelo un po' fumoso, ma in virtù del fatto che non mi molla mai. Se da un lato questa cosa fa gongolare il mio ego, dall'altra è un po' una seccatura. Non esce nemmeno in giardino senza di me, ed ora inizia ad essere poco piacevole, verso mezzanotte, ora dell'ultima uscita dei cani, starsene fuori a prender freddo, perchè se io rientro lo fa anche lei...a volte gira l'angolo di casa, poi dopo pochi secondi la vedi spuntare a razzo, torna sul davanti per sincerarsi che io sia ancora lì, ad aspettarla...mi chiedo, se dovessi andar via qualche giorno, che succederebbe? E' dolcissima, si alza in piedi e mi mette le zampe addosso, con una delicatezza incredibile, e sta un pezzo a farsi carezzare, lei è la più alta, svetta su tutti, ed è la più "comoda" la accarezzo senza piegarmi, mentre gli altri nanerottoli zampettano sotto alla ricerca della loro razione di coccole, a volte cercano di scalarla, di usarla per arrivare un pochino più su, e spesso penso, a tanta gente piacciono i cani piccoli, ma quanto sarà mai scomodo per loro a volte, esserlo? E' anche una giocherellona, e mi piace da morire quando fa la pazza e corre un po' squinternata, quando si fa assalire da Blues e Anjuli, e fa finta di morderli, dolce e delicata anche quando gioca. E' davvero un tesoro, rimasto sepolto per nove anni in canile, anche i suoi baci sono leggeri come farfalle, e non è solo timidezza la sua, forse è anche la paura che possa essere tutto un sogno, e che se non si è delicati abbastanza, il sogno possa frantumarsi...

 

di Patrizia Onnis.


DA CELESTE A MAGGY

Conobbi Agnese a ottobre del 2015, facevo ancora volontariato a quei tempi, e qualcuno mi aveva sottoposto il caso di un bullo francese, non deambulava e non tratteneva urina e feci.

Mi misi alla ricerca di un aiuto per lui e trovai il rescue, quindi scrissi ad Agnese, lei prese in carico Otto, lo fece curare e gli trovò una bella adozione.

I bouledogue francesi mi piacevano molto, e ne stavo cercando uno, doveva avere non meno di otto anni, e doveva avere una salute traballante, tale da non essere appetibile per altre persone, insomma, un catorcetto.

 

Esposi il mio desiderio ad Agnese, certa che prima o poi avrebbe potuto trovare il bullo giusto per me.

Poco dopo mi fece vedere Celeste, non ancora adottabile perché a Taranto ancora non le avevano fatto capire le reali condizioni della piccola.

Vedere le foto di Celeste ed amarla fu un attimo.

Agnese era piena di dubbi, di lei non si sapeva ancora se fosse compatibile con gli altri cani, se fosse affetta da malattie contagiose, la clinica era avara di notizie, in compenso si facevano pagare a peso d'oro, così suggerii di portarla dal mio veterinario, io avrei potuto intanto stallarla , avevo un posto dove poteva stare divisa dagli altri 13 cani, e poi alla fine avremmo deciso se lo stallo sarebbe potuto diventare un'adozione.

La andammo a prendere a Taranto, quando Adolfo in clinica la prese in braccio, lei gli leccò il viso...e amore fu.

Portata nella nostra clinica abituale, aveva di tutto, il pelo era rimasto in pochissime parti del corpo, tutto l'addome era ricoperto da strane escrescenze, frutto di una serie di batteri e funghi che banchettavano su di lei, con aggiunta di malassezia, e purtroppo anche una lehismaniosi abbastanza importante.

Iniziammo a curarla, Agnese era costantemente al corrente di tutto, e quindi costantemente in pena per quella creatura che, dopo essere stata sfruttata chissà quanto come fattrice, fu buttata in mezzo a una strada a morire.

Passò del tempo e le cure quotidiane iniziarono a fare effetto, non era più anemica, non passava più il tempo a grattarsi a sangue, fegato e reni nella norma, lehismaniosi sotto controllo.

Esteticamente Celeste era strana, aveva le orecchie poste molto di lato, e molto tonde, un musetto tanto grinzoso, le zampine di dietro un po' storte, insomma, non era molto tipica rispetto alla razza.

Inutile dirlo, per noi era il bouledogue più bello del mondo, con un carattere meraviglioso.

Con la benedizione di Agnese alla fine la adottammo.

Ci ha resi felici per tutto il tempo che restò con noi, superò due polmoniti, due cicli di chemioterapico per la lehismaniosi, poi negli ultimi mesi prima che morisse, i reni cedettero, la ricoverammo, sembrava essersi ripresa, ma due giorni dopo Celeste si arrese, e noi rispettammo quel suo lasciarsi andare, aveva combattuto tanto, era stanca.

Ho continuato a baciarla anche quando non respirava più.

Sono sette mesi che non c'è più, e manca ancora, la cerco in tutti i bulli che vedo, e naturalmente non la trovo mai.

Nel frattempo la mia vita aveva subito tanti cambiamenti, e nessuno positivo.

Fra le tante cose mio marito perse il lavoro, io ebbi l'ennesimo incidente e mi fratturai un bel po' di ossa, finendo sulla sedia a rotelle, che a tutt'oggi uso se devo fare più di venti passi.

Agnese mi tese una mano, mi fece stallare dei cani, a pagamento. Ero abituata ad aiutare gli altri, ma dovetti arrendermi, e accettare il fatto che non potevo più stallare gratis.

Vi dico questa cosa perché quando mi dite cose come : sei un angelo, io mi vergogno perché sento di non meritarmelo, almeno ora lo sapete tutti, ho sempre cercato di essere sincera nella mia vita, e voi meritate la verità, anche perché i soldi li tirate fuori voi.

Chiusa la parte pecuniaria, torniamo ai cani.

Maggy è arrivata come cane mordace, sia con gli umani che coi suoi simili.

Mi ha morso nemmeno dopo un minuto di conoscenza, ma non mi vergogno a dire che me lo sono meritato, intanto era tenuta dalla sua ex mamma, con il guinzaglio molto teso, per cui percepiva benissimo la tensione di chi la teneva, poi dopo averle dato un pezzetto di würstel, ho indugiato con la mano vicino alla sua bocca, insomma le ho detto mordimi, lei mi ha ubbidito.

Con pazienza, aiutata anche con piccoli consigli (perché con lei avevo il dovere di non sbagliare nulla) Maggy è cambiata, quando ha capito che non stava a lei controllare il territorio, che non aveva nessun dovere di difenderci, ma che anzi, era vero il contrario, è stato bellissimo vedere come si sia fidata, come sia diventata coccolona e come giochi felice.

Ma, pensavamo, se cambiando casa, tutto il lavoro svolto si vanificasse? Ci abbiamo pensato davvero tanto, ne abbiamo discusso a lungo, se fosse stata adottata e poi avesse morsicato qualcuno, cosa sarebbe successo?

Non avevamo più adottato nessun cane dopo Celeste, non eravamo pronti, ma la paura che Maggy potesse subire nuovi traumi, alla fine ci ha convinti, e Agnese ci ha dato fiducia ancora una volta, so che lei sceglie sempre il meglio per tutti i piccoli rescue, per cui voleva dire che stavolta il meglio per Maggy eravamo noi.

Così è accaduto che l'adozione di Celeste ci abbia portato a Maggy, la vita è sempre piena di sorprese, e spesso sono belle.

 

di Patrizia Onnis.


 1227 GIORNI

Era l’8 dicembre e anziché festeggiare a casa, andammo, io e mia sorella, al canile di Magreta a portare croccantini e coperte. Da poco c’era stato un sequestro di cuccioli di razza da un allevamento, così quando arrivammo c’era molta gente, si spacciavano per volontari, con la speranza di farsi affidare un cucciolo, si sa, i cuccioli di razza fanno sempre gola. Riuscimmo comunque ad entrare e a darci da fare per aiutare a pulire i tanti box dei cani, andammo in due diverse aree del canile. Per me era un brutto periodo, due mesi prima avevo perduto la mia adorata cagnolina Pandora, dopo 18 anni di vita insieme dovetti arrendermi e lasciarla andare, ma anche se il suo corpo non c’era più, occupava tutto lo spazio nel mio cuore, e rassegnarsi alla perdita non era ancora possibile.

Mentre pulivo squillò il mio telefono, era mia sorella, mi disse di correre all’accettazione perché c’era un cane che somigliava tantissimo a Pandora. Ebbi un tuffo al cuore perché nessuno poteva somigliare alla mia Pandora ; ma attraversai comunque di corsa il canile. Quando entrai nella stanza la vidi immediatamente :anziana, spelacchiata, pelle e ossa e con una zampina che non poggiava a terra, dandole così un’andatura zoppicante. Agii di impulso, corsi da lei e la presi in braccio e nello stesso momento tutti quelli del canile urlarono : attenzione! Morde, è cattiva! Non mi morse, invece mi fissò con uno sguardo smarrito e timoroso, in fin dei conti chi ero io? Una sconosciuta che l’aveva sollevata da terra e riempita di carezze e baci, quando lei avrebbe solo voluto farsi ancora più piccina di quel che era, scomparendo agli occhi di tutti. La accarezzai dolcemente, accorgendomi così che la pancia era piena di tumori della grandezza di una noce. La misi giù e chiesi se lei fosse adottabile Mi guardarono come si guarda un marziano e ancora oggi mi scappa da ridere se ci ripenso, perche’ lì per lì non capii il loro stupore. Mi chiesero se l’avevo guardata bene, aveva un’età compresa fra i 12 o 13 anni, malata e con un’aspettativa di vita bassissima, ero proprio sicura di volerla? Li guardai e dissi: e allora? Per questo lei non può essere adottata? Tirai fuori il mio cellulare e feci vedere loro la foto di Pandora e spiegai, l’ho persa 2 mesi fa, Elide (questo il nome della cagnolina) sembra la sua fotocopia, i colori, il musino imbiancato dagli anni, la piccola taglia. Come potevo non desiderarla? Si arresero, mi chiesero i documenti e mi dissero: ti facciamo sapere. Andai via dal canile con il cuore in tumulto, avrei voluto portarla via da lì subito, ma c’era giustamente una prassi da seguire. Passarono circa 4 giorni, mi contattarono e mi dissero che il giorno 16 avrei potuto prenderla. Contai i giorni e finalmente la ebbi di nuovo fra le mie braccia. Arrivate a casa le aprii il trasportino, si prese qualche minuto prima di uscire, timida e impaurita iniziò comunque ad esplorare casa, e a far conoscenza con gli altri cani che vivevano con me. Elide mi guardava senza però avvicinarsi, ed io rispettavo questi suoi timori, sicura che il buon cibo che le davo e le parole che le dicevo dolcemente, l’avrebbero prima o poi convinta. Ogni volta che potevo mi sedevo in terra senza guardarla, facendo sì che decidesse lei quando e quanto avvicinarsi, lei mi veniva accanto quel tanto che bastava per percepire bene il mio odore. Passò circa un mese, e poi, un giorno, rientrata a casa, lei mi fece le feste, saltando e mordicchiandomi i pantaloni che nemmeno un cucciolo! Finalmente! Ero davvero felice. Quando chiesi al canile cosa le fosse successo alla zampa mi dissero che probabilmente era stata picchiata, la zampina era rotta all’altezza dell’anca, e non essendo stata curata le ossa si erano saldate male, lasciandola invalida. Non sapevano altro, se non che era stata trovata in mezzo ai campi indolenzita e affamata. Elide è rimasta con me per 3 anni e mezzo. Ogni giorno era una conquista, sono arrivata a prenderla in braccio, a coccolarla a baciarla e a farmi baciare da lei. Mi svegliava per andare a fare la pipì , in casa non ha mai sporcato. Negli anni ha avuto diverse operazioni, uno dei tumori era diventato grande quasi come un melone e fu quindi asportato, poi fu la volta di una massa tumorale all’interno. Ogni volta si riprendeva benissimo, stupendo tutti, anche il nostro veterinario. Finchè non giunse il giorno in cui non ce la fece più. Capii che non aveva più la forza per lottare, così mi arresi anche io, le feci l’unico dono che mi era rimasto per lei, farla volare via senza dolore. La vita con Elide è stata una delle esperienze migliori della mia esistenza. Perché mi ha fatto provare tante cose, l’emozione iniziale, lo sconforto quando non potevo accarezzarla perchè ancora non si fidava, la gioia immensa e indescrivibile quando invece iniziò a fidarsi e ad amarmi come io l’avevo amata da subito. Fu presa perché assomigliava a Pandora e si è fatta amare per quello che invece era lei, una cagnolina totalmente diversa, con il suo carattere e la sua dolcezza. Il veterinario mi disse : Elide non vivrà tanto lo sai vero? Lo sapevo, ma anche lui rimase stupito perchè a suo parere poteva vivere ancora dei mesi, invece sono stati 3 anni e mezzo meravigliosi. Ora Elide è nel mio cuore, a dividersi lo spazio con Pandora, sono felice di averle dato l’opportunità di avere i suoi ultimi anni al caldo, con della buona pappa, un cuscino e soprattutto tanto tanto amore. Non sarai mai dimenticata Elide io ti amerò per sempre.

 

di Laura Bambi

 


 ANGELO

 

 Un giorno una mia amica, volontaria brindisina, mi fece vedere una foto. Vidi un cane nero con una macchia bianca in petto, era seduto e protendeva una zampa in avanti, gli occhi mesti e spaventati. La zampa era senza pelle dal piede fino al gomito circa, la prima cosa che notai fu che quella ferita era un rettangolo perfetto, quindi non un morso, non ferite da leccamento, come confermò un veterinario alcuni giorni dopo, sembrava lo avessero tagliato con un bisturi. La ragione non si è mai saputa, il proprietario del canile privato in cui era rinchiuso il cane, disse che era arrivato già così. Scoprimmo che non aveva microchip ne’ un foglio che ne attestasse la provenienza. Io e la mia amica sapevamo bene che tipo fosse il gestore, non voleva volontari all’interno, e anche la mia amica, l’unica che accettava, poteva vedere soltanto i primi box, così, dato che avevamo già tirato fuori altri cani di lì, sempre in condizioni pietose io e la mia amica decidemmo che quel cane non poteva rimanere lì, a parte la vita di stenti che si faceva in quel canile, lui rischiava anche la setticemia per via della zampa. Passavano le ore e io riflettevo su quello sguardo smarrito di chi si sente fuori posto, non solo nel mondo, ma anche nella vita, uno sguardo atterrito. Facevo parte di un gruppo che aveva già in carico molti altri cani, e non c’erano soldi per lui. Così feci un post per chiedere un aiuto finanziario per farlo uscire dal canile e curarlo; arrivarono tante persone, così tante che i soldi destinati ad Angelo servirono anche a curare molti altri cani, come direbbe Agnese, amore porta amore. Nel frattempo iniziai a cercare uno stallo per lui, ma nessuno si fece avanti, era un cane di venti chili, nero, una delle combinazioni peggiori, tutti erano sconvolti dalla sua storia ma nessuno si fece avanti. Così, anche se titubante, decisi di stallarlo io. Era un cane che aveva subito torture, oltre alla zampa era stata privata della pelle con un bisturi, quasi sulla fronte, aveva un segno come se qualcuno lo avesse bastonato, una specie di buco, non so come spiegarvelo. Quella foto era sconvolgente, e spingeva a fare le cose in fretta, perché quello sguardo era insostenibile. Con l’aiuto di altre due volontarie pugliesi, fu tirato fuori, ricoverato in una clinica, e purtroppo la zampina ferita risultò irrecuperabile, gli fu amputata, poi quando venne dal mio veterinario scoprimmo che aveva la leishmaniosi e la filaria in stadio avanzato. Arrivò a casa mia che era marzo del 2013 e fui l’unica che poteva toccarlo e accarezzarlo, aveva paura di tutti, e solo nel 2017 ha iniziato a farsi toccare anche da mio marito. Da me si fa fare tutto, dorme su un cuscino accanto al letto, a pochi centimetri dalla mia testa, perché deve sempre essere sicuro che io ci sia. Angelo è un essere speciale, molto mite e insicuro, ora che sta invecchiando finalmente dorme sempre dentro casa, anche se fa caldo, e io mi sento più tranquilla a saperlo al riparo dalle zanzare e dall’umidità.

Lo amo tantissimo, e lui lo sa, al punto che ha scritto qualcosa per me, volete leggerla anche voi? Appuntamento a lunedì prossimo allora.

 

di Patrizia Onnis


 

STRANANGELO

 

Ciao, sono un cane come tanti altri, ricordo poco della mia vita prima del canile, ma so che tutto era orribile e si stava veramente male. Un giorno arrivò una ragazza, aprì la mia gabbia e finii in un ospedale per cani, ricordo di essermi addormentato e quando mi svegliai, non avevo più la zampa che mi aveva sempre fatto tanto male.

Avevo paura in clinica, cercavo sempre di nascondermi negli angoli più bui, loro mi trovavano lo stesso e mi curavano le ferite del corpo, quelle dell’anima invece, non si potevano curare se non col tempo. Feci un lungo viaggio su un furgone e a notte fonda arrivai in quella che oggi è la mia casa, da quella che è la mia mamma. Ed io adesso mi chiamo Angelo, come primo nome, ma mamma ne usa diversi altri per appellarmi, ad esempio Amoremio, Cucciolottovecchietto, Ilcanepiùbellodelmondo, Amoredellamamma.

A volte usa anche semplicemente Amore, per chiamarmi, e vedo che non sono il solo a girarmi in quel caso, bensì anche il mio papà, mio fratello bipede, e qualunque altro quadrupede deambuli nei paraggi.

E mamma spiega, non ce l’ho con voi, ce l’ho con Angelo, e a me scatta un sorriso.

Non so se sono il cane preferito della mamma, ma una cosa è certa, lei per me è l’essere più meraviglioso del creato, non so parlare, così cerco di farglielo capire con gli occhi. Lei ricambia lo sguardo, mi accarezza il testone, e mi sussurra che sono il cane più strano che ha. Il che è vero, ma lo prendo come un complimento, e ne sono felice.

Non so se sono tanto strano, so solo che non riesco a comportarmi in altro modo, vorrei, magari anche solo per far contenta la mamma, ma non riesco. Fortuna che lei è comprensiva, dice che sono strano perché le persone si sono comportate tanto male con me in passato, ed io non riesco a dimenticarlo.

Così, ho tanta paura di mio fratello bipede, lui si muove veloce, è alto…non so, ma proprio non posso fidarmi di lui. Quando è ora della pappa, io, Due (che non mangia senza mamma) e Melany, che è anziana e non ci sta più tanto con la testa, mangiamo in camera da letto, con la porta chiusa, così gli altri pirana della casa non ci rubano il pasto. Io aspetto in camera, sento papà che prepara le ciotole, e mi metto in un angolo, pronto a ficcarmi sotto al letto se entra per primo mio fratello. Ma di solito viene prima la mamma con la mia ciotola, e Jef con le altre due. Solo quando lui chiude la porta e se ne va, io mangio.

Spesso ne lascio un po’, mi avvicino a mamma e le faccio un bel ruttino in faccia…lei mi accarezza e mi dice, tesoro, non vuoi mangiare ancora un po’? allora torno alla ciotola, e finisco per farla contenta, poi lei apre la porta, e rasente il muro, me ne vado fuori in giardino. So che a mamma non piace che passi la notte in giardino, d’estate perché ci sono le zanzare, d’inverno perché è freddo. Ma io , finchè non sento che anche papà è andato a dormire, e la casa è silenziosa, non mi decido a rientrare. Spesso mamma mi aspetta sveglia e mi accarezza prima che io mi butti sul cuscino, a volte invece, la sveglio io il mattino dopo, poggiando la testa sul suo letto.

Mamma dice che sono strano anche perché, quando sono fuori, nemmeno da lei mi faccio toccare. Non so nemmeno io il perché, visto che quando sono in casa le sto sempre appicciato, e se sta al pc, sono vicino a lei, se sta a letto, mi sdraio vicino a lei e se sta in salotto, io l’aspetto in camera da letto…in salotto io non vado mai, e questa è un’altra delle mie stranezze, ci sono posti della casa che per me sono tabù, so che mamma sarebbe contenta se stessi con lei anche in salotto, ma è più forte di me, non riesco. Forse non solo Melany è andata con la testa, forse pure io. Potrei continuare con l’elenco delle cose strane che faccio, ma sapete che c’è? In fondo, mamma mi vuole bene così, e questa per me è la cosa più importante del mondo.

Sono passati cinque anni da quando sono stato adottato, ed è quasi un anno che ogni tanto mi faccio accarezzare da papà, e a volte, persino da mio fratello Jef, eppure, se non è la mamma a mettermi la ciotola, io non mangio finchè lei non arriva, allora esco da sotto al letto, e mangio e sono felice perché so che mamma mi sta guardando, e so che quello sguardo è pieno di amore per me. Non rimango più fuori la notte, mamma sta tante ore a letto da un anno e mezzo circa, e io mi sono adeguato, e le resto sempre accanto, io lo so, lo sento, mamma ha paura di perdermi, dice che sono diventato vecchietto sul serio, e sento che è triste quando lo dice, così le regalo ogni momento della mia vita, in modo che possa farne scorta.

Sono un cane grato alla vita, sono un cane fortunato. 

Sono Stranangelo. 

 

di Patrizia Onnis


 

LA STORIA DI BYRON

 Vidi Byron in una foto scura, si intravedeva appena davanti alla grata del box in canile, ed era cieco.

Nella foto le sue zampine erano bagnate, il pavimento della cella non faceva scolare via ne’ l’acqua ne’ l’urina, e lui era piccolo di taglia, quindi era sempre inzuppato.

Lo avevano chiamato Ringhio, perché rinchiuso insieme a cani grandi che lo urtavano, lui ringhiava per cercare di difendersi.

Era stato trovato per strada, secondo alcuni preso a calci fino a lasciarlo svenuto, i veterinari del canile stabilirono che fosse cieco, e che avesse un grosso ematoma al cervello.

Lo feci uscire subito e lo presi con me nella speranza di trovargli presto una famiglia che potesse amarlo.

Mi resi conto fin da subito che la cecità non era il danno peggiore per lui. Alternava momenti di serenità, in cui era un cane dolcissimo, a momenti di spaventose crisi di ira, in cui nessuno poteva avvicinarsi, ringhiava persino alle sue zampe.

Visto il grande interesse che il piccolo suscitò nelle persone, aprii un evento per raccontare la sua storia passo passo.

Quanto scritto sotto è appunto il diario del periodo che Byron visse nella mia famiglia, riportato nell’evento.

15/07/2013

Sabato ho portato Byron dal veterinario, per la visita gli abbiamo messo la museruola, vista la sua tendenza a mordere coi suoi bei dentini giovani, ma è stato invece bravissimo, anche se non l'avesse avuta, il dottore avrebbe comunque avute risparmiate le mani.

La prima cosa che il veterinario ha detto : ma non è cieco! gli ho assicurato che era così, e quando se n'è accertato il dottore mi ha chiesto se avesse avuto traumi in testa, così gli ho riferito che il cane aveva in effetti un grosso ematoma.

Così lui mi ha spiegato che gli occhi non hanno nulla, la pupilla è reattiva, non vede perchè il cervello non riceve le informazioni che gli invia il nervo ottico.

Stiamo provando una terapia per 10 giorni, a base di cortisone, diuretico, ed un farmaco che si usa per il parkinson.

Tutto ciò per provare ad alleggerire la compressione che esercita l'ematoma.

Se non si ottengono risultati, si dovrà procedere con una tac per vedere se fosse operabile.

Le sue ire, i suoi cambiamenti d'umore, secondo il veterinario sono dovuti ai forti dolori alla testa.

In famiglia al momento ne abbiamo fatto le spese tutti, ognuno ha avuto la sua dose di morsi, oltre a baci e coccole...per fortuna non è un alano!

Continua…

( ci sarà seconda parte lunedì prossimo)

 

di Patrizia Onnis


 

LA STORIA DI BYRON (pt2)

 Byron

25/07/2013

Verso 12,30 abbiamo ingaggiato la lotta con Byron per mettergli la museruola e poterlo portare a fare la tac. Questi ultimi giorni era sempre più irrequieto, i suoi momenti di pace, sempre di meno.

La cura intrapresa, totalmente inutile. Byron tu non lo sai, ma è per il tuo bene che dobbiamo prenderti, che dobbiamo metterti la museruola ed andare dal veterinario.

Questo dicevo mentre tentavo di mettergli quell'attrezzo infernale, lui che strillava, si dimenava e alla fine si è fatto anche i bisogni addosso per la paura. Ho pianto, in due non riuscivamo a tenerlo, tanto era il suo terrore, ho pianto, maledicendo me stessa per quello che gli stavo facendo.

Ma finalmente faremo la tac, vedremo com'è posizionato questo maledetto ematoma, e prendiamo subito appuntamento per l'intervento, questo mi ripetevo durante il viaggio in macchina, non vedevo l’ora che quello strazio finisse.

Arrivati, il dottore gli fa subito l’anestesia, gli ho fatto una foto, sul tavolo del veterinario, con la museruola, ansimante, e con lo sguardo di chi non capisce cosa gli stia succedendo.

Una foto che non vi mostrerò.

Alle 16 finalmente il veterinario ci mostra la tac, ed inizia a spiegare.

Non credo ai miei occhi.

Nel cranio di Byron c'è un tumore enorme, e mentre il medico continua a parlare, inizio a piangere.

Lui spiega, spiega, spiega, una parte di me ascolta, l'altra ripete solo: è finita.... Il veterinario vuole però il consulto del neurologo, ammette di aver dato per spacciato un cane una volta, che invece il neurologo ha voluto operare, ed ora il cane sta benissimo.

Il neurologo non c'è, ci dice il veterinario che ci avvertirà non appena lui avrà visto la tac e dato il suo parere.

Noi andiamo via, e lasciamo Byron, ancora intontito, sdraiato su un tappetino in degenza.

Il neurologo potrebbe non tornare entro la sera, per cui, per evitare di farlo soffrire di nuovo imponendogli un'altra volta il trauma della museruola, preferiamo lasciarlo, con la promessa che se dovesse passare la notte lì, non verrà messo dentro la gabbia di degenza...non lo sopporterebbe, dico al dottore.

Lui mi dice che starà nella stanza del medico che farà il turno di notte.

Arrivo a casa, e nel giro di due minuti, il veterinario ci telefona, mi dice che il neurologo ha visto la tac, e purtroppo ha confermato la diagnosi.

Si chiede perchè non sia stato soppresso, perchè sia stato fatto vivere fra dolori atroci in canile.

Mio marito torna in clinica, e Byron viene addormentato per sempre.

Non posso dire che non ho più lacrime, ne ho una produzione infinita, ho dolore per tutto quello che ha dovuto sopportare, ho dolore per tutto quello che avrebbe potuto avere e non ha avuto.

Il mio psicologo diceva sempre che sono i bambini a dire "non è giusto".

Beh, mi sento tanto bambina allora, perchè NON E' GIUSTO, NON LO è PROPRIO.

Aveva sì e no 2 anni, non so nemmeno se ha avuto periodi felici nella sua vita, di lui conosco solo la sofferenza, ed ora l'assenza.

Spero di avervi spiegato bene tutto, perchè vorrei non mi faceste domande, non si poteva operare, non si poteva salvare, e il dolore sarebbe diventato sempre più forte.

Gli ho fatto l'unico regalo che potevo, farlo smettere di soffrire. Voglio ringraziare le persone che mi avevano chiesto in adozione il piccolo, alle quali avevo detto solo che c'era da aspettare, e vedere l'evoluzione, perchè Byron così non era un cane adottabile.

E grazie anche a tutte le persone che sono presenti nell'evento, che ci hanno dimostrato il loro affetto, e l'amore per il piccolo.

Non so che altro dire.

Ciao Byron, anche se per poco, sei stato molto amato. Perdonami se non sono arrivata in tempo.

 

25/09

Ho riflettuto a lungo, sul senso di tenere in piedi questo evento, è chiaro che avrei dovuto chiuderlo da un pezzo, ma solo a pensarci provavo dolore, avevo anche pensato di trasformarlo, di aiutare con questo evento un altro cane.

Ma non ho voglia di farlo, questo era il suo, era per raccontare quelle che pensavo fossero solo l'inizio delle sue avventure fuori dal canile.

Tante volte sono venuta qui per chiuderlo, ma ho deciso che l'evento ormai si chiuderà da solo, in questo momento, in cui sono triste e mi sento sconfitta per altro, non ho il coraggio di fare anche questo.

Meglio che ci pensi Face Book.

 

LA FINE DI BYRON

Ultimamente mi sembra di scrivere troppo spesso per ricordare amori pelosi che non ci sono più.

Devo farlo anche per Byron, arrivato nella mia vita in modo improvviso, ho visto la sua foto, in cui lui si intravedeva appena, ho letto della sua situazione, e come una folle mi sono lanciata, non credo di averci pensato un secondo, lo tiro fuori, non può stare in canile, gli trovo una bella famiglia anche se è cieco e sordo...

Invece nulla, era solo un cane che stava morendo fra atroci sofferenze, e non ho potuto fare altro che porre fine alla sua breve esistenza.

Voglio cercare di ricordarlo per sempre come il primo giorno che l'ho preso e liberato sul prato, correva, col suo poco senso dell'equilibrio, capitombolava, e si godeva le coccole... è stato il giorno più bello, il più sereno, dopo, gli attimi in cui era felice e si godeva la vita, sono stati sempre meno.

La sua assenza è pesante, non credevo che in così pochi giorni avesse già messo l'ancora nei nostri cuori.

Sebbene sia stato straziante averlo con noi, subire i suoi eccessi a volte per tutta la giornata, non averlo più è molto peggio.

Ma non abbiamo potuto combattere contro un tumore al cervello in stato così avanzato, siamo stati sconfitti.

Byron, senza saperlo, è stato però il trampolino di lancio per tanti suoi compagni di canile, la sua storia ha dato loro popolarità, e molti, malati e stanchi, sono stati adottati, alcuni presi in stallo.

Questa è una delle poche consolazioni che riesco a trovare.

Ed ora devo dirgli addio.

Una piccola scheggia che mi ha trafitto il cuore, nel bene e nel male. Ciao.

di Patrizia Onnis


 

ALMA

 

Fra tutti i cani che ho avuto, forse lei è stata la presenza più discreta. La vidi un giorno, mentre ero ferma in macchina ad aspettare ad un passaggio a livello, chiuso per l'imminente passaggio del treno. Lei era seduta nel bel mezzo dei binari, si guardava intorno con assoluta tranquillità. Io invece, più passavano i minuti, più mi agitavo. Mio marito diceva " si sposterà". Io mi dicevo " e se non si sposta?"

Eravamo in un momento particolare della nostra vita, l'azienda di famiglia, dove sia io che mio marito lavoravamo, stava fallendo; noi avremmo perso il lavoro, la casa, e mai il futuro mi era parso più incerto e angosciante. Andare al lavoro era una tortura, telefonate di creditori, banche, processioni di dipendenti che ti raccontavano i loro problemi.

Era un'estate calda in tutti i sensi, ero stanca, esasperata, avvilita, e con già 4 cani in casa e 5 gatti. Tutto avrei voluto in quel momento, fuorché farmi carico di un'altra vita. Ma i minuti passavano, lenti e velocissimi nello stesso tempo, e lei era sempre lì, sui binari, la tranquillità fatta cane.

A un certo punto vidi le mie mani muoversi, aprire lo sportello, sentii la mia voce dire "sali?" Lei mi guardò, poi si alzò e con molta calma venne verso la mia macchina, e salì fra i miei piedi. Come fosse la cosa più normale del mondo, come ci fossimo conosciute da sempre, come se non aspettasse altro che quell'invito. Richiusi lo sportello, il treno passò, e noi la portammo a casa. I primi giorni lei fu una vera piattola, ed io, che e mi innamoravo sempre di ogni cane, pure ero infastidita e la sopportavo a malapena. Mentre facevo colazione lei saliva sulla sedia accanto a me, e io la ributtavo giù, e lei risaliva. Uno degli autisti che lavorava da noi, non mi dava tregua quel periodo, era sempre in ufficio a chiedere soldi che non avevo. Si chiamava Almanza di cognome.

Così non ebbi esitazioni nello scegliere il nome di quella cagnolina, e Almanza fu. Ma era un nome lungo, per cui lo abbreviammo in Alma, che guarda caso in lingua spagnola vuol dire anima, a volte la vera essenza di un essere viene fuori anche se tu tenti di distorcerla. Lei in quel momento fu il mio capro espiatorio, un cane che non avrei voluto prendere, ma che non potei fare a meno di salvare. La sua incredibile riconoscenza mi infastidiva, il suo amore era troppo in quel momento, in cui il mio unico bisogno era starmene lontana da tutti a leccarmi le ferite.

Così lei pian piano capì, e rivolse le sue attenzioni a mio marito. Negli anni il suo affetto si divise equamente, e la prima cosa che mi viene in mente quando penso a lei, è che è stata il cane più buono dolce e paziente fra i miei primi sette. Mio marito si diede da fare a trovare i lavori più disparati, a volte si alzava alle 4 del mattino e tornava a mezzanotte per guadagnare qualcosa di più, e la famiglia nello stesso tempo si arricchì di altri 3 cani, 2 nostri e uno delle due bambine con la mamma, che ospitai in casa per due anni, visto che anche loro versavano in situazione economica disastrosa. Alma veniva "usata" dalle bambine, per giocare a mamma e figlia, lei era la figlia, sempre buona, accondiscendente, sia con noi che con tutti gli altri cani. Alma era davvero un'anima pura, e se n'è andata in un modo che non meritava, e che dopo più di 13 anni non riesco ancora a perdonare. Non so perdonare il cane che l'ha uccisa, non so perdonare mio fratello, che quel cane non ha saputo educarlo, e che con la sua distrazione, un cancello non chiuso bene, è stato l'inconsapevole artefice del destino di Alma. E non so perdonare me, che la mattina uscii di casa di corsa, nervosa ed agitata come sempre quando devo prendere un aereo, e non l'ho nemmeno salutata, non l'ho nemmeno guardata, ho esaminato innumerevoli volte quella mattina, l'ho rivissuta nella mia testa, e sono assolutamente convinta che lei ci abbia seguiti fino al cancello, come suo solito, e che io gliel'ho chiuso in faccia senza guardarla, per la paura di perdere l’aereo. In fondo, dovevo stare via solo 3 giorni, e già pensavo alle coccole e alle feste del ritorno, come potevo immaginare quello che sarebbe successo di lì a poco?

La pensavo al sicuro, ad aspettarci come sempre. Non l'ho più rivista, mio marito la seppellì e non volle che la vedessi. Mi sono rassegnata alla perdita di tutti i miei compagni di viaggio che mi hanno lasciata finora. Ma la fine di Alma è una di quelle ferite che non guariranno mai. Lei che mi si era affidata subito, che aveva capito che il mio "sali ?" era un invito per tutta la vita, lei che non ha mai smesso di ringraziarmi, lei, che dopo Rosso è stata il cane che ho più amato, lei sarebbe dovuta andarsene dolcemente fra le mie braccia, e non, morire mentre io non c'ero.

 

 

di Patrizia Onnis


 

EDWARD, STORIA DI DUE SETTER

 

La storia di Edward iniziò molto prima che lo conoscessi, cominciò con Jack. Una mia amica volontaria recuperò un setter, bellissimo e ridotto da far pena, pelle e ossa, poco pelo, classiche piaghe da lehismaniosi, anemico al limite della sopravvivenza. Si iniziò a lottare per Jack, ricoverato, sottoposto a mille trattamenti che sembrarono alla fine far effetto. Si cercò per lui uno stallo, per farlo uscire dalla clinica, o un’adozione con persone esperte nelle cure necessarie.

Io mi innamorai perdutamente di Jack, ma la mia famiglia era da poco aumentata di due figli pelosi, per cui rimanevo titubante. Però, tutte le sere leggevo gli aggiornamenti su di lui a mio marito, gli facevo vedere le foto, studiavo le sue reazioni, in attesa che mi dicesse, va bene, adottiamolo. Un giorno glielo dissi chiaro : lo prendiamo? Magari solo in stallo. Mio marito tirò fuori mille scuse e io, sebbene fossi innamorata persa di quel setter, rinunciai a lui. Poco dopo però, vi fu una richiesta di adozione, sembrava proprio una bella famiglia, e c’era anche la figlia veterinaria, quindi proprio quello che ci voleva. Dopo la consueta prassi, la mia amica si fece quasi 700 km in macchina per portarlo lei stessa nella sua nuova casa. Nemmeno una settimana dopo, si fece altri 700 km per portarlo via, di nuovo in clinica. Non voglio raccontarvi della famiglia infame, vi dico solo che lo portarono, gracile e immunodepresso com’era, in mezzo alla neve che gli arrivava fino al torace. Tornò in clinica in piena notte, i veterinari fecero il possibile, ma lui morì di cimurro dopo quasi più di una settimana di lotta.

Io rimasi devastata, e con sensi di colpa che per quanto illogici, mi porto dietro tuttora. Mi dicevo che se lo avessi preso io, lui non avrebbe contratto il cimurro, e sarebbe stato ancora vivo. Purtroppo i “se” servono davvero a poco. Feci una promessa a Jack, avrei salvato un altro setter in sua memoria.

Così mi misi in cerca di un setter che fosse nei guai. Scoprii quindi che i setter sono forse i cani di razza più abbandonati in assoluto. Avevo l’imbarazzo della scelta. Chiaramente avrei voluto salvarli tutti e chiaramente, avrei dovuto fare una scelta. Poi successe, un giorno mi trovai di fronte allo sguardo spaurito di Prato, un setter bianco e marrone, due occhi stupendi, diversi da tutti quelli che avevo visto fino ad allora. Occhi che parlavano e raccontavano di un’anima sofferente, tanto che aveva una brutta ferita da leccamento da stress su una zampa. Del canile si occupava una mia amica, le dissi che volevo adottarlo, lei mi mise in contatto col gestore, che mi rivolse una domanda che a me sembrò assurda, cioè, perché vuoi adottare proprio lui? La risposta era lunga e articolata, ma potevo anche farla molto breve : per toglierlo dal vostro schifoso canile, non vi basta? In realtà diedi una risposta molto pacata, e alla fine mi dissero va bene, adesso cerchiamo il preaffido e dopo vediamo. Ma io sapevo che di volontarie che lo facessero nella mia zona ce ne erano solo due, e una non li faceva ormai più ; dissi loro di domandare informazioni su di me alla volontaria che mi aveva fatto il preaffido pochi mesi prima, ma non ne vollero sapere. Così chiamai l’altra volontaria, una mia amica, le dissi, per favore fammi il preaffido, altrimenti Prato rimane lì. Lei mi rispose: ma sei scema? Che bisogno ho di fartelo? Le dissi dai, ti vieni a prendere un caffè. Dopotutto lei era l’unica volontaria rimasta, per cui… Prendemmo un caffè insieme, e lei fece la relazione su di me al canile. Tergiversarono ancora un po’, ma alla fine giunse il momento, io aspettai fuori dal canile, non potevo prendere lui e guardare gli altri rimanere in gabbia, così me lo portarono fuori. Messo in macchina non riuscivamo a respirare dalla puzza, quella che chiamo puzza di canile, un odore acre e pungente, arrivati a casa lo liberammo in giardino e ci pensò da solo a farsi il bagno, cadendo come un baccalà dentro al mio laghetto. La puzza se possibile divenne ancora più forte, e ci precipitammo a lavarlo. Lui non si dibattè, si fece fare tutto, con gli occhioni spauriti fissi nei nostri. Era straordinariamente bello, nonostante fosse zoppo perché, come scoprimmo facendogli una lastra, lui era stato investito e non curato, la zampa si era saldata dentro il bacino, per lui ormai era solo un fastidio, così, dopo mesi di tentennamenti lo facemmo amputare.

Tre medicazioni al giorno, ma lui sopportò tutto senza fare un fiato. Lo chiamammo Edward per il suo modo di incrociare le zampe davanti quando sta seduto, per tutte le sue movenze così regali, sembra un vero lord inglese. 

Vive con noi da 5 anni, è un cane a cui piace cacciare le lucertole, preferibilmente in branco come i velociraptor, adora scavarsi una tana al fresco, non bisticcia mai con gli altri cani, al massimo una ringhiatina per rimetterli in riga se esagerano, parla molto, a volte ci esaspera, perché quando vuole qualcosa le sue chiacchiere sono insopportabili, emette dei vocalizzi che significano : lo so che lì dentro nascondi roba da mangiare, molto buona. Si fa finta di non sentirlo, così aumenta di tono finchè non ci giriamo a guardarlo e a intimargli di star zitto. Lui tace per un po’, poi ricomincia, ti prende per sfinimento. E’ pigro, pigrissimo, e se gli tiri un pezzo di pane abbrustolito e non gli arriva a tiro di muso, lui non si sposta, dobbiamo essere noi a prenderlo e darglielo in bocca, stessa cosa se all’ora della pappa lui è sdraiato, devi mettergli la ciotola a portata di lingua, non allunga nemmeno un po’ il collo, magari sul divano se è lì che giace sfinito dalla caccia in giardino, ha lo sguardo pietoso che sembra dirti, non ce la faccio a muovermi, portami la ciotola per favore. Giuro, mai visto un cane così pigro, se vuoi farlo tirare su, si sdraia invece a mo’ di tappetino e ti sfida a farlo rialzare e, strano a dirsi eh? Vince sempre lui!

Sono cinque anni che vive con noi, e mai una volta ha tradito la mia fiducia in lui, se mi chiedeste : qual è la razza perfetta di cani secondo te? Io vi risponderei : la razza Edward, è la migliore.

Vorrei che il tempo da vivere insieme fosse infinito, perché infinito è il mio amore per lui. Stiamo combattendo insieme la lehismaniosi, e per il momento vinciamo noi, quando lo guardo negli occhi gli dico che la sconfitta per noi non è contemplata, Edward non dice niente, e io mi perdo nei suoi occhi.

 

di Patrizia Onnis


 

Amore è.... 

 

Era la sera del mio compleanno, eravamo a cena fuori. Mentre aspettavo il caffè al ristorante aprii FB e la vidi. L’annuncio diceva :ex fattrice, piccola taglia e cieca da un occhio. Vedere la sua foto ed innamorarmene fu un attimo. Piccola e buffa. Fu davvero un colpo di fulmine, così decisi che la volevo nella mia vita. Il post era di una certa Agnese Agrillo, non sapevo chi fosse ma, come da post le inviai la mail. Nessuna risposta. Le mandai un messaggio privato, mi rispose via mail dicendo che mi avrebbe inviato il modulo da compilare. Il mattino dopo lo ricevetti, lo aprii subito e risposi a cuore aperto a tutte le domande poste in esso e glielo spedii immediatamente. Volevo che sapesse di me tutto il possibile. Ci siamo sentite al telefono per una settimana, capii che mi voleva conoscere ed era giusto così, doveva affidare una piccola anima che aveva sofferto tanto, per cui doveva essere certa che sarebbe stata in buone mani, lei teneva tanto a questa piccola e fragile anima chiamata Tiffany. E così Tiffany arrivò a casa mia quasi a sorpresa e piansi tantissimo dalla felicità. Era cinque chili e mezzo di allegria, sempre pronta ad agitare la coda per far vedere quanto fosse felice. Le insegnai a mangiare nel piatto, ma compresi che necessitava di ciotola, in quanto le mancavano tutti i denti dell’arcata superiore, Le feci conoscere la comodità di un cuscino e lei in cambio mi insegnò a comprendere i suoi gesti, le sue dimostrazioni di affetto così particolari, come quando strofinava la sua testolina contro il mio collo per farmi capire quanto bene mi volesse. Dopo aver passato insieme i primi quattro mesi fatti solo di felicità, decisi di farla sterilizzare. Era sana, forte e ben piazzata, quindi la portai dal veterinario. 

Dopo averla sterilizzata notai dei movimenti strani e da lì la nostra vita cambiò, per me fu l’inizio di una tragedia, Tiffany ebbe un crollo, tremava, cadeva in terra, insomma era molto sofferente. Chiamai il mio veterinario, il quale mi prese un appuntamento con una clinica. Andammo all’appuntamento per fare una risonanza magnetica total body. La cosa più brutta in quel momento fu firmare il foglio in cui era scritto che poteva morire nel sonno. La diagnosi fu di tre emboli in testa e due nel fegato. Dovuti a parassiti e batteri che avevano causato anche la sua cecità facendo rientrare l’osso e rimpicciolire l’occhio. Il dottore mi disse che si poteva provare con una cura, ma che in trenta anni di operato nessun cane con emboli al fegato era sopravvissuto. Non so come feci a guidare fino all' ambulatorio del mio veterinario, ero distrutta e non smettevo di piangere. Il mio veterinario disse proviamoci e così iniziammo. Per 15 giorni le fece la terapia portandola a casa da lui e nei 3 mesi successivi la portavo da lui alle 9 del mattino, andando a riprenderla alle 8 di sera. Nel frattempo dai 5 kg e mezzo che era divenne 2 kg e 400 gr. Non pesava nulla ma aveva una forza incredibile. Oltre tutto a causa di una grossa ulcera perse l’uso anche dell' occhio buono. Tiffany dovette iniziare di nuovo a imparare a stare in piedi e a camminare. Ho un video di lei che fa i primi passi in giardino incrociando le zampe e scodinzolando sempre al suono della mia voce. Con orgoglio lo inviai al dottore della clinica che a sua volta rimase meravigliato. Da li fu tutta una discesa, era molto intelligente, la portavo con me in ufficio tutti i giorni e la mattina, quando capiva che stavo partendo, non la trovavo mai e sapete perché? Nonostante fosse cieca riusciva a camminare lungo il vialetto facendosi trovare davanti al cancello dove ho la macchina. Finalmente fu di nuovo vita anche se rimase molto magra. Insomma tutto andava a gonfie vele e ormai era passato un anno e due mesi dal quel bruttissimo episodio. Poi un sabato pomeriggio lei si alzò dal suo cuscino, la guardai e notai subito un movimento non articolato nelle zampine davanti. Andai in panico, perché fu un deja vu e non volevo crederci. Nel giro di 15 minuti in cui barcollava come un ubriaco, cadde a terra. La portai di corsa in ambulatorio. Iniziarono a far subito la terapia fatta mesi prima. Premetto che non sapevamo se i cinque emboli fossero spariti, in quanto non volevamo farle un’altra risonanza, che per lei sarebbe stata molto rischiosa. Dopo la terapia la portai a casa, lei non reagì. Notte insonne. La lasciai dentro a un trasportino per impedirle di farsi male durante le crisi che facevano pensare all’epilessia. Il giorno dopo ancora in ambulatorio sia la mattina che al pomeriggio. Sembrava migliorata. Segnai su un quaderno le crisi che le venivano, così notai una diminuzione, la mia Tiffany sembrava che fosse tornata. Andai a letto quella domenica con il cuore più leggero.

Lunedì, la portai in ufficio con me e da lì oltre alle crisi tipo epilettiche buttava fuori anche del sangue. Chiamai Agnese e Giovanni.. eravamo in contatto quotidianamente, sapevamo che non c era un domani per lei, ma non potevo crederci. Io l’amavo immensamente , le avevo promesso amore, conforto, cibo, un cuscino caldo per tanti anni ed era solo passato un anno e mezzo. La portai in ambulatorio e il mio veterinario non mi guardò combattivo come le altre volte, mi fissò negli occhi e io gli chiesi se dovessi rassegnarmi, se ci fosse ancora una speranza invece. Mi disse no, stavolta no, ma me lo devi dire tu. E fu così che Tiffany si addormentò per sempre.

Per me è dura parlare di lei perché ho amato tutti i miei cani immensamente e li amo tutt’ora, ma lei era un essere speciale. Se dovessi descriverla direi solare, sorridente, coccolona, scondinzolona , affamata sempre e sempre in mezzo alle mie gambe, di una dolcezza disarmante che aveva capito che l amavo e che con me era al sicuro perchè oltre ad essere molto affettuosa, negli ultimi tempi, accoccolata a me, mi leccava sempre il braccio. E stato molto difficile raccontare tutto ciò, perchè l’ho fatto piangendo tutto il tempo ‘che ogni volta mi si stringe il cuore. Le avevo fatto una promessa ma non sono riuscita a mantenerla. Riesco a mantenere il ti amerò per sempre. Ciò che mi dà pace è che l ho amata e l’amo immensamente e, se alla fine quel piccolo angelo è arrivato a me c’era un motivo, ha fatto si che nascesse l’amicizia profonda che ho con Agnese e Giovanni. Avrà sempre un pezzo del mio cuore e non sarà mai un numero come c’era scritto nel suo libretto originale. Sarà sempre Tiffany. piccola fragile dolce Tiffany, che rimarrà sempre nella mia anima e non potrò mai, non versare una lacrima da tanto mi manca. Però sono stata la sua seconda possibilità. Siate la seconda possibilità di qualcuno ,non ve ne pentirete mai e, vi auguro di cuore di esserlo per tanti tanti anni. 

Ciao Tiffola 

 

di Laura Bambi